Wednesday, November 04, 2009
Friday, December 05, 2008
Il cielo dei ragionieri
Ogni testa un cappello per contenere il proprio cielo.
Sicchè costruiscono grammatiche esistenziali in bella calligrafia gli uomini di lettere, allestendo orchidee semantiche e fiorfior di parole, costipando il detto, il non detto e l'intuìto nel tradotto di zampette e formicolii in fila d’inchiostro sul vocabolario; declamano la trascendenza gli uomini di fede, testimoniando l'esistenza di dio sui riverberi purpurei&scarlatti dei paramenti e con un ampio gesto delle braccia accolgono la limpidezza dei misteri. Collaborano coi meccanismi gli ingegneri, presi nel mezzo tra causa&effetto ed entrano tuttodentro i contadini, confusi in un piatto di lenticchie.
Il cielo dei ragionieri non ha sempre la stessa altezza.
Il cielo dei ragionieri di larghe vedute è una via lattea tradotta in sintesi di calcolo, un materialismo alfanumerico, un’eredità tramandata di algoritmi illuministi ed equilibri di bilancio su cui i detective della ragion veduta edificano partite di giro e pareggiano i conti, con metodo e conoscenza, lasciando che i numeri si dispongano, si contraddicano, si elidano e si sommino, facciano dei giri immensi e poi ritornino, rimanendo ad aspettarli sotto una riga a fondo pagina come il cadavere del nemico portato dal fiume. Il calcolo della ragion critica enumera e traduce in principi contabili, elabora a partita doppia e quadra i limiti affinchè corrispondano e l'alfa non sia ostile all'omega, ma si prendano sottobraccio per tutto il tempo del viaggio al termine della notte. I ragionieri non sognano, ma imparano a conoscere il mondo, aprono agenzie di viaggi usando la calcolatrice. Traducono e ricordano la storia dei nostri tempi. La pazienza dell'elaborazione, la sicurezza del calcolo e poi, come nelle ultime pagine di un giallo, tutto torna, colpevoli, assolti, delitti e conti da pagare. Hanno le chiavi per digitalizzare l’economia della materia su fogli a quadretti, analitici oltre le vaghezze letterarie e le principalità pure dei matematici, i ragionieri, quando sanno che i numeri non si fermano alle apparenze, che due più due farà certamente sempre quattro, ma vale la pena di passare per il tre. Un ragioniere sa contare, non taglia corto ma fila dritto, sul lungomare dei numeri primi.
Ma guai invece ai ragionieri miopi, impiccati sulla dimostrazione finale e immemori di tutt’il resto del contesto, come preti oscurantisti, come cuochi dal menù perpetuo, come soldati in attesa dell'ordine. A loro dio apparirà sotto forma di un numero perfetto e li condannerà a contarsi i capelli residui, ad indovinare quanti fagioli stanno nel vaso, ad estrarre radici quadrate sui bordi di una statale assolata, con un pigiama a righe, solo a righe, eterne righe autoavvolgenti, senza più quadretti, stanziali a fondo pagina, con un pollice d’avanzo sulla mano, quant’è vero che due più due fa quattro.
" Cosa conta " (Ustmamo)
Sunday, October 26, 2008
cinque minuti di calma, come le foglie

neanche le 19 di un sabato d'ottobre,intorno ad un autunno in fiore&foglie,
la sera si profonde in infusione di blu, l'aria si spilla del frinire eterno dei grilli,
i grilli ci sono quando l'aria è buona,
un silenzio risaputo e consapevole, dignitoso e sfrondato d'eccessi in libera uscita fonetica,
io sto fermo in piedi e non ho bisogno di niente, non ho bisogno di niente,
osservo solo che ci sono più alberi che uomini
e l'albero che mi sta dinanzi si snellisce aerobico,la capa riccia di foglie che sa di giovane sorriso,
mentre un altro, alto e nordico mette davanti i rami come si mettono le mani, mani stese additate di aghi tra il verde e il celeste,
una buganville si prende cura del cancello di fronte,
non è ancora l'ora nè di stelle nè di cena,
passa perfino un gatto, disperso e solitario, gli altri gatti sono partiti da mesi, sparisce in un giardino abbandonato
mentre s'impossessano del buio gli abbai lontani di due cani che si ululano il fatto proprio,
un muratore festivo suona un martello
e poi di nuovo silenzio e magnolie, carenza d'insediamento,
tempo da perdere, nessuna perdita di tempo.
Qui una volta era tutta campagna,
ma nemmeno è cambiato tanto,
che poi a cinquecento metri
son già broccoletti e insalata.
Cielo grigio su (cielo grigio su)
foglie gialle giù (foglie gialle giù)
Cerco un po' di blu (cerco un po' di blu)
dove blu non c'è (dove blu non c'è)
Sento tanto freddo (freddo, tanto freddo, sai)
fuori e dentro me. (fuori e dentro me)
Ti sogno, California (sogno California)
e un giorno io verrò!
Entro in chiesa e là
io cerco di pregar:
ma il mio pensiero invece va (mio pensiero va)
ritorna sempre là (torna sempre là)
al sole caldo che vorrei (caldo sole che vorrei)
che qui non verrà mai (che qui non verrà mai)
Ti sogno, California (sogno California)
e un giorno io verrò!
Cielo grigio su (cielo grigio su)
Foglie gialle giù (foglie gialle giù)
Cerco un po' di blu (cerco un po' di blu)
dove blu non c'è (dove blu non c'è)
Se non m'aspettasse (se non m'aspettasse)
so che partirei. (so che partirei)
Ti sogno, California (sogno California)
e un giorno io verrò! (sogno California)
e un giorno io verrò! (sogno California)
e un giorno io verrò!
(california dreamin' - dik dik)
Friday, September 26, 2008
Per una lira - Se ho chiesto troppo tu dammi pure la meta'

Così il Governo fa il tifo a scena aperta, oltre ogni legittima parzialità. Coerentemente con sé stesso, dunque.
Vince il Sistema Italia New 2008.
Come fu per Alfa Romeo (che mi dicono fu presa da FIAT per una lira).
Come fu per Mondadori.
Come fu per Telecom.
Capitani Coraggiosi, Capitani d’impresa all’assalto col piatto di lenticchie e la corda saponata.
Capitani fuori mercato, che comprano attivi e rimettono a noi i nostri debiti, come loro li rimettono ai nostri debitori. Capitani della Quota Parte. Capitani che sono una Garanzia di Sistema. Capitani che sono amici di tutti, che si sentono in dovere di intervenire, capitani senza odore, perché pecunia non olet. Capitani coi soldi dell’altri.
Capitani senza Governance, che è una parola inglese e perciò non fa parte dell’italianità da salvaguardare.
Capitalisti finanziati dentro scatole cinesi, che a guardarci dentro dal buco magari ci vedi perfino San Pietro, come dalla serratura di Piazza dei Cavalieri di Malta sull’Aventino. Capitalisti della Bandiera, ma con i redditi portati all’estero e gli investimenti Lòw Cost tra Bucarest e Pechino. Capitalisti che a pensar male, ci entri subito in sintonia, come i servi sciocchi e i giornali anch’essi di bandiera, con le loro facili mistificazioni.
Capitalisti che vogliono la nostra pelle, oggi la mia domani la tua, una poltrona per volta, basta che resti sempre il quorum utile alla partita.
Thursday, September 18, 2008
Se piove porteremo anche l'ombrello

Roma, Porta Metronia fine anni ’70. Facile essere bambini a casa di nonna e ancor più facile giocare con i pennarelli e le macchinette del caffè. Smonta la macchinetta, rimonta la macchinetta, io non chiedevo altro, neanche il caffè. Scegli i pennarelli, una predilezione per il viola, il celeste e l’arancione senza neanche bisogno di spiegare perché invece il verde scuro proprio non lo volevo usare, quel colore cattivo come il prezzemolo.
Bello avere uno zio di venticinquanni, che ti porta a fare le passeggiate la sera, dopo cena, quando chi ha lavorato è già stanco, la Rai manda telefilm con Ulisse e Anna Kanakis mentre sul fornello mamma ha già messo a sobbollire la camomilla.
Uscivamo io e zio, godendo di autorizzazioni speciali per aggirarsi al buio, anche se erano le nove e mezza o le dieci.
Andavamo sotto le mura e facevamo “a noi che ce frega”.
Potevo dire le parolacce dei bimbi, forte di confidenza nepotista.
Potevo andare a prendere una fetta di cocomero d’estate al chiosco sotto le mura. Un generatore elettrorumoroso consentiva ad un televisore in bianco&nero di trasmettere outdoor le partite dei Mondiali di Argentina. Una sera facevano Iran-Scozia e io sputavo i semi cercando di mettere i record di lontananza.
Potevo addirittura, in certe sere vicine a natale, ritrovarmi a Piazza Navona, tra mele stregate di glassa caramella, zampognari molisani e pastorelli del presepe. Lo scherzo più bello del mondo era comprare una finta mèrd e farmi trovare a braghe calate sul pianerottolo da nonna, scusandomi di non essere riuscito ad arrivare in bagno.
Potevo nascondere una moneta segreta a cento passi da casa e poi tornare a vedere la sera dopo se c’era ancora. Stevenson l'ho inventato io.
Potevo farmi portare al Luna Park, ululare nel tunnel degli orrori, curvare sul mostro di Loch Ness, lanciare palline da ping pong nelle vaschette dei pesci rossi e vincere razzetti dalla punta esplosiva infilando gettoni nelle ruspe.
Zio era stato in Svezia e mi raccontava che era tornato in taxi, perché aveva finito i soldi ma facendo il lavapiatti aveva conosciuto un tassista romano in trasferta godiva a Stoccolma che gli aveva offerto un passaggio.
Fischiettavamo che bello, se piove porteremo anche l’ombrello.
Era semplice ma quegli anni erano anche più grandi di quello che vedevano i miei occhi bimbi.
Un giorno vedemmo un tipo con un passamontagna che correva su una moto. Il passamontagna serviva per il freddo, mi dissero, ma io mica ero convinto.
Quando poi ho iniziato ad ascoltare e ad amare i cantautori legati alla fama di quei pochi anni, uno in particolare mi ricordava quel modo allegro di pensare, quella furbizia popolare dello stare al mondo.
Stefano Rosso si chiamava e aveva una voce che mi ricordava mio zio e il fatto che ero stato piccolo, infilato nelle scarpe correttive mentre si svolgeva la storia di una generazione ventanni avanti a me e dieci anni dopo il boom economico.
Stefano Rosso ha fatto ciaociao con la manina qualche giorno fa e se n’è andato laddove s’erano avviati già in molti dei suoi vicini degli anni ’70, quelli senza eccessive ansie di vecchiaia e previsioni previdenziali.
E nessuno mi leverà mai dalla testa che il chianti ammazza l’anemia.
Letto 26
Via della Scala è sempre là
e io dal letto 26
malato di pazienza sto
e aspetto chi non torna più
è un ragazzino magro che
cantava sempre insieme a me
e morì un giorno che non so
e i suoi bei sogni mi lasciò
E Biancaneve è ancora là
è un po' invecchiata ma che fa
le mele non le mangia più
forse i ragazzi giù del bar
ricordo tanto tempo fa
veniva a scuola insieme a me
la guerra già non c'era più
e poi non c'eri neanche tu
La brillantina e via così
si incominciava il Lunedì
ad invidiare quello che
aveva un libro da studiar
diceva non ti serve a niente
la scuola non ti servira'
e invece io tra quella gente
capivo un pò di verità
La mariujana ti fa male
il Chianti ammazza l'anemia
i miei compagni li ho lasciati
ho preferito andare via
così ho comprato un giradischi
uno di quelli che non va
per non dar noia a quel vicino
che non riesce a riposar
Ho conosciuto tante donne
cattive, oneste e senza età
a tutte ho dato un po' qualcosa
con tanta generosità
a lei, mia madre, i dispiaceri
mentre a mia moglie dei bambini
al primo amore i sentimenti
i baci e l'acne giovanile
Via della Scala è sempre là
e io dal letto 26
io chiudo gli occhi e penso a te
ti sento e invece non ci sei
Wednesday, September 10, 2008
Dalmazia Diamantina


Lo sguardo ad Est era tanto che volevo appuntarlo e anche se in fondo questo è solo occidente d’oriente, Adriatico di manica larga,oltreconfine della porta accanto,
Il tempo delle vacanze è quello che è, subaffitto coatto d’agosto, prendere o lasciare e allora prendere e partire, che ogni lasciata è persa.
Mentre le Olimpiadi di Pechino si congedano dall’autoradio con due sospetti di oro per una disciplina di tiro e per la lotta grecoromanotiburtina, in quel di Pescara affido la tutela della mia auto in un parcheggio insolitamente adibito dalla Marina locale al libero parcheggio avventizio e una volta sdoganato il documento d’identità al checkpoint-ciàrli, stacco il biglietto sulla rotta per l’isola di Hvar, primo approdo di una vacanza dozzinale: dodici giorni e dodici notti d’infradito in odor di Mediterraneo.
Hvar offre subito l’impatto visivo predominate e i segni storici caratterizzanti: una lunga piazza rettangolare interamente pavimentata a lastre lucide e larghe, una chiesa con campanile ben piazzato sul lato corto d’origine, il porticciolo dirimpetto e una fila di caffè sui lati lunghi.
Balza all’occhio la pulizia e la squadratura della pietra e la sensazione di trovarsi in un abruzzo di mare. Per tutto il viaggio farò continui paragoni con
Hvar, come tutte le isole della Dalmazia, veste un lascito veneziano e il retaggio secolare d’importazione a livello civile ed architettonico è notevole: vicoli impietriti, chiese levigate, l’arsenale con il bel portone arcuato, al tempo stesso funzionale ed estetico, gli edifici infinestrati e balconati seguendo un’omogeneità regolare da capitolato, logge arcuate, finestre bifore e tutto quel lastricato su cui scivolare.
Altre sensazioni d’impatto primigenio: si parla italiano più che a Ponza, sia per vocazione indigena sia per contingente emigrazione turistica; l’appalto commerciale di Hvar al turismo coinvolge tutti gli affacci sui transiti viari, ma la mediazione tra spazio calpestabile ed esigenza intensiva del commercio turistifilo mantiene nei limiti una proporzione spaziale di salvaguardia.
Vista la bella piazza centrale, affrontiamo i vicoli laterali, sfoderando i primi scatti analogici digitali del vicolame dalmato.
Quali colombe dal desìo d’esplorazion chiamate, ci sospingiamo naturaliter verso la fortezza che domina dall’alto l’abitato di Hvar, immane resto del genio civile serenissimo al servizio della tutela del territorio dal turcomanno, ma anche carcere dalla certezza&perentorietà della pena, senza afflati beccariana.In effetti, colpiscono l’ottima manutenzione oltre alla prevedibile veduta aerea del panorama, con e senza ausilio di un occhione cannocchiale.
Alcune intuizioni filosogastriche pervadono le papille cerebrali. Elaboro la teoria dello slancio fisico della popolazione croata in virtù dell’uso della griglia. Decido di aprire un ristorante mentale, dedito ai soli distillati di mare, ai sapori semplici, spigolosi, essenziali, salati o basilari, al burro&alici e alle colazioni dei pescatori siciliani con aringhe e Marsala. La mia guerra personale all’industria del cibo succhia linfa ad ogni tratto assimilato. Mi trascendo digerendo.
E dopo cena, basta che io la sera tengo sonno e aggiodurmì.
Sull’isola di Stiplanka, le genti sbarcano in pareo e occhiali scuri, alla ricerca del locale fashion-oriented, univocamente stellettato dalle guide tanto routarde quanto lonelyplanet: il loungissimo e un po’ chillout Carpe Diem, una specie di etnobar costellato da cuscinerie&tendaggi, intagli legnosi e divaneggiamenti da Fiera del Levante enplenair-vista mare e lusinghe intuitive di più Mojito per tutti. M’inibisco e non prendo nemmeno un caffè.
Probabilmente per via di quel mangiar grigliato cui s’accennava o per asprezza genetica popolare, i croati e le croate sono esteticamente uniformi: piatti e bidimensionali, piallati nell’addominale e spalmati su altezze medie mannequine, sguardi freddi come la muerte o la granita liscia. Ovunque s’intravede un nazionalismo a scacchi biancorossi e refolano bandiere, di cui i suddetti croati&croate sembrano le aste.
L’alloggio è anche stavolta meritevole, sempre parquet e bagno in camera, sempre venti euro cadacranio a notte, a venti metri dalla cattedrale e altrettanti dal mare, nel bel mezzo di un vicolo corto cittadino. In più, essendoci la televisione, ricompaiono le Olimpiadi, quantomeno nei momenti di interscambio o nel pre-nanna.
Korcula è isola culturalmente pretenziosa: cinta da bastion fatti di gransassi bianchi, turrita e suddivisa in regolari quadratini di pietra bianca, presenta una pianta a lisca di pesce, laddove dalla piazza Principale si dipartono file di vicoli confluenti su un ovale lungomare, a racchiudere i fianchi cittadini, che immediatamente percorriamo.
Loggiati moreschi, scalinate a semicerchi, una porta cittadina di tutto rispetto, sotto l’insegna del Leone di Venezia, ma soprattutto una bella cattedrale dotata di un rosone importante – Abbazia di Fossanova on my mind – e di un portale lavorato con ammicchi estetici di qualche impressione effettiva.
A Korcula la presenza italiana è un po’ meno accentuata, la proporzione italia/restodelmondo passa da sette su dieci a cinque, in compenso i Korculani, come poi avremo modo di sentire da più voci, anche locali, fanno della scortesia verso quel cazzo di turista che viene a rompere i coglioni, un tratto distintivo fondante. Nei ristoranti, nelle agenzie di viaggio, con camerieri o guidatori di taxi boat e minibus, la solfa è sempre un irritato leggero a tratti andante.
Provo a darmi una spiegazione: contrariamente ai luoghi comuni, le punte di scortesia provengono soprattutto dai più giovani, coloro che all’inizio degli anni 90, durante la guerra serbocroata, erano bambini e forse ciò ha un’influenza sulla visione del resto del mondo.
Sul far della sera, nelle logge merlettate puoi ascoltare l’esibizione canora di un gospel folkolirico gentilmente offerto ai passanti dalla proloco locale.
Faccio amicizia con un filetto di pesce in semplice salsa di vino bianco, con lo sgombro fiero portatore di cipolla, coi lattarini fritti e con delle amorevoli triglie rosargentate che solo se ci penso già sento in fondo all’anima…
L’ambizione artistica si concretizza nelle tante gallerie d’arte, paesaggistiche o naif, che si susseguono a dimostrar le velleità pittoriche autoctone. Altre boutique in sequenza offrono lavorazioni di corallo e tradizionale filigrana d’argento, ciondoli anticati e stelle marine.
Tutto troppo bello. E difatti Badija in breve rivela l’altra faccia della natura: schiere di tafani bellici dichiarano guerra al turismo e non si limitano a svolazzare di tanto in tanto intorno all’umido dei nostri costumi, ma ci si mangiano proprio, smozzicando a pieni dentoni. Tento la fuga in taxiboat dalla Mosquito’s Island, ma il taxi boat è andato via, e dopo un’ora, appena placandosi questa furia biblica, stabilisco un compromesso sbilanciato di resistenza.
L’impatto avviene in un mezzogiorno di fuoco.
La pianta della città è chiara dopo dieci passi: Dubrovnik è fatta a V: una lunga&larga strada esibizionista, il cosiddetto Stradùn, domina la città al vertice basso, mentre d’intorno arrivano e dipartono scalinate invicolate, a gradini lunghi ma inesorabili. Dubrovnik è fatta a scale, c’è chi le scende ma soprattutto chi le sale. Intorno le mura, storiche fortificazioni plurisecolari, intatte&compatte.
La gente. Tanta gente. Troppa gente. Anch’io sono gente, sporadicamente mi sento quasi di troppo.
Prendiamo alloggio in un bellissimo appartamentino sulla trequarti alta di una scalinata e via andare.
Purtroppo il flusso intoppa e metà dei vicoli son fin troppo svenduti all’anima del commercio.
Paninonoteche, pizzerie, caffetterie, spaghetterie che si chiamano Toni e Little Italy, offerte di pesce che prendi tre scampi e ne paghi due, un gozzoviglio alimentare in agguato un po’ ovunque.
Più in là intercetteremo alcune guide mentre lamentano ai propri boyscout che il boom turistico non ha seguito adeguata pianificazione, che le crociere arrivano a botte di tre per volta nel porto riversando condomi&condomini di turismo mordi&fuggi, che mentre prima ogni costruzione avveniva seguendo una regola per l’omogeneità degli assemblati architettonici, oggi ognuno costruisce nottetempo, soppalca e cura fondamentalmente i cazzi propri, economicamente intesi.
Lo Stradùn s’apre sul fondo con il bel loggiato, le chiese vanitose per via di rosoni&mosaici, vetrate e marmi bianchi e poi la fortezza veneziana, i due chilometri passeggiati sulle mura, i belvedere a picco sul mare, la farmacia più antica d’Europa con il suo chiostro solare, le fontane, il ghetto ebraico e gli scoscesi in pietra... e come tutti sanno o facciamo finta che sappiano, coi segni delle bombe, di cui una in bella vista sotto al buco procurato nella storica farmacia suddetta. Una informativa appesalmuro municipale evidenzia ai passanti la mappa dei tetti bombardati nel 1992 dai serbo montenegrini: almeno il sessanta per cento, riconoscibili dai mattoncini rossi nuovi nuovi, come appare dall’alto delle mura.
Oggi tutto ricostruito, per via della corsa solidale al restauro di questa Viceregina dell’Adriatico, Venezia permettendo.
Al tramonto, la città è attraversata da banditori in costume d’epoca, che s’apprestano ad alabardare le porte della città.
Nottetempo incontro in tv un reportage sull’allenamento tignoso di Blanka Vlasic: è già febbre dell’oro.
Il mare di Dubrovnik, forse in quanto esterno alle mura, risulta meno protetto dalle invasioni: la spiaggia in particolare è un tappeto di sigarette malgrado il profondo blu.
Incornicio le sensazioni con una splendida orata alla griglia e un primordiale polipo sincero come il gusto di stare in vacanza.
Sarebbe quasi ora di dormire, ma Blanka sta attendendo il suo salto finale. Fiera e tecnica, salta con disinvoltura asettica tutte le misure senza un errore. Stacca le ultime concorrenti come si scaccian i tafani ed entra all’ultimo salto in concorrenza con una tenace belga che porta gli occhiali e sembra Henry Potter. Blanka si concentra, annuisce all’allenatore quasi a rabbonirlo per i suoi superflui consigli e s’inarca sogliola coi suoi occhioni freddi e l’addominale piatto. Eppure… l’asticella insolente accusa uno spiffero e imprevedibilmente viene giù. Henry Potter che non se l’aspettava, e ripete non se l’aspettava, consulta il suo libro di trucchi e … fa il proprio record. Scende giù sottile e spilungona, senza asta ferire. Blanka strabuzza, si concentra, ripassa una sequenza mentale e riprova una volta, riprova due… ma sarà più fortunata. E’ argento, freddamente argento e con lei tutta la Croazia paga un vizio d’arroganza, almeno ai miei occhi.
Di primo mattino dopo due giorni ripartiamo, con una meravigliosa sorpresa per il senso della vista: alle sette del mattino lo Stradùn è vuoto, non c’è nessuno, si vede l’inizio e la fine ed è tutto uno scintillio dell’alba.
Starigrad è una sorpresa. Come le più titolate località sin qui viste, conserva filari di case in pietra, pavimentazioni lastricate e piazzette da bianco&nero di Cartier Bresson, con apertura su una baia insenata profondamente nel mare, dove alle otto di sera ruba la scena un tramonto a cannelloni d’arancione su azzurro strappato e il sole sparisce rosso come dire me ne vado addormì.
E senza sbandierarsi sui prontuari per l’erudizione turistica ma solo per gli occhi di chi ci entra, un paio di chiese si fanno apprezzare. Accanto a loro, il piccolo Castello dell’Umanista locale Petar Nonmiricordovic, col giardino botanico e la vasca degli scorfani. Petar, ammiratore dell cultura italiana, mise a disposizione della popolazione locale la propria tenuta, ma fece anche qualcosa di più: commissiono a Tintoretto una Deposizione che si può ammirare nel Museo del Monastero Francescano – e te pareva – come se fosse un’imprevedibile evaso dal Louvre, come se fossimo nelle nicchied’arte di Umbria o in Toscana ma così non è e siamo in un borgo marinaro di tremila anime dalmate. L’amenità del luogo lascia che sia ancor più evidente il taglio bianco del corpo di Cristo sulla tela.
Come in una botte piccola, anche Starigrad conserva il suo vino buono, un vino aromatico che ricorda la Retsina greca e che accompagneremo ad ulteriori scoperte culinarie.
Nel mio ristorante mentale, non potrò fare a meno del carpaccio di tonno e capperi assaggiato a Starigrad. Mi concedo qualche sofisticheria e apprezzo le alici fritte in salsa tartara ma ancor di più la macedonia di frutta con profumo di lavanda e prendo nota di un dolce semplice quanto mediterraneo: i fichi arrosto con il miele. E son contento, ancora una volta.
A Starigrad facciamo gli ultimi bagni di sole e di mare.
La costa è anche qui accompagnata in spiaggia dalla pineta e finisce con una piattaforma di cemento per agevolare l’entrata in acqua, come spesso accade in Croazia. Che detto così, la piattaforma di cemento sembrerebbe pure brutta, ma la realtà è ben diversa, in quanto l’invasività è minima e la fruibilità confortante. Intorno molti a lèggere, qualche casetta nel primo entroterra e qualche spogliatoio pubblico gentilmente offerto dalla proloco locale e io che da italiano non son più abituato a veder comodità di libero accesso, ne resto quasi commosso.
C’è qualcosa nell’Adriatico balneare di Starigrad che ricorda la convivenza di libertà, semplicità e natura che poteva esserci nel 1979 a San Benedetto del Tronto o a Vieste sul Gargano.
Leggo qualche pagina de “Le Cronache di Travnik” di Ivo Andric, velleità letteraria che mai avrei potuto accostare nella routine oscurantista dei giorni feriali cottimizzati e …
Ma va bene così. Ho respirato aria buona.
Profumavi di gelsomino e ballavi sul mare per me eravamo senza un quattrino, c'amavamo davvero io e te, era accesa una televisione, i sogni più più grandi di me. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me. Un lavoro dopo la scuola, non potevi volere di più ma si cambia, il tempo vola, tu volevi volare di più e il tuo nome in Diamantina per gioco l'amore cambiò. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me. E l'azzurro Mediterraneo cui in giorno dicesti di si dal tuo mondo contemporaneo, vedrai, ti riporterà qui al tuo mare di gelsomino, al giardino che c'innamorò. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me.
Wednesday, August 06, 2008
Ma la vecchiezza è una Roma

Così m’epigrammava un amico qualche anno fa, con un sarcasmo limpidamente ipertrofico, in prossimità dell'avvento delle ferie der popolo e der tuttialmare&chiappechiare.
E io, che in ferie ancora non ci sono andato, mi ritrovo con la camicia stirata a compilare impegni laddove il feroce solleone lo puoi sentire far pressione come una mano calda a dar l’imprimatur al sudore della pelle e a squagliare inesorabile umori sull'asfalto sfranto nel verminaio occidentale di Termini Station.
A Piazza Esedra, restano aperte le bancarelle giornalare dei tanto al chilo di stampa, accatastando domeniche del corriere, storie illustrate delle guerre che furono, prodezze pornografiche e odissee in edizione quasi originale, mentre intorno eternamente è puzza di piscio e cartelli del prezzo.
Tra Piazza Indipendenza e Piazza Esedra, lavori in corso e macchine che puntano sghembe sugli incroci, diritti di precedenza sanciti a nervi tesi e scatti prepotenti senza renitenze d’attaccar la briga sulle fiancate.
Caffè consumati in file di scontrini compulsivi in Via San Nicola da Tolentino, Piazza Barberini assatanata di calore a convergenza sui portieri d’albergo, coi vestiti incollati in pattuglia sulle porte girevoli, militari coi mitra contingentati ad obbedire presidiando la patria e poi ancora altri lavori in corso, lavori sfiduciati in partenza, maledetti e bestemmiati da chi si trova a passare sulle corsie ridotte.
A Via Merulana il pasticciaccio resta sempre brutto, solo un po' più annerito di fumo, il tempo passa e se ne fotte, insolente come un furgone in doppia fila, arrogante e distratto come la fretta, distratto a stento dagli ammicchi carnali dell'accattatevillo e dalla necessità di riparmiare i centesimi sulla benzina. Sui cassonetti i nuovi giovani destrorsi coi loro miti guerrieri affissano slogan di territorio, a rimpiazzo generazionale dei precedenti giovani sinistrati, mentre in mezzo ai contendenti, per i ricchi di spirito mèdiano le santemarie degli angeli perchè il paradiso non riconosce né agosti nè dicembri ma è sempre di stagione, col suo clima d’ambiente temperato.
In altri angoli di muro, fanno schermagliuccia i partiti maturati, dicendosi dall’alto della propria verginità civile quanto siano figli di puttana i corrispettivi dell'oltralpe parlamentare.
"Ma la vecchiezza è una Roma
senza burle e senza ciance
che non prove esige dall'attore
ma una completa autentica rovina"
(Boris Pasternak, parrebbe proprio)
E allora proprio in mezzo al torrido sfacciato in piazza di San Giovanni in Laterano, il famoso duemilaeotto non regge più tutto quel maquillage localizzato, come una vedètte ottuagenaria apre le crepe e rilascia il silicone di facciata, sotto c'è più o meno un millenovecentoottantatrè e nel frattempo siamo stati solo a guardare, consumare, sudare, corrispondere ai commerci e costruire tangenziali esistenziali, invisibili come metropolitane in fieri e tutto quel progresso atteso da allora, mentre i turisti finalmente ci guardano le rughe e ora sì che ci riconoscono, come quando andavamo ad Atene noi nell'87 e vedevamo l'arte antica vieppiù anticata dal primordiale civile. Anche ad Atene il caldo ammazzava passi&sassi e confondeva fritti e leggeri in una salsa che se non strozza ingrassa.
Non ci sono più Gassman e Trintignant, il Bambino Leo e Marisol, a perdersi nel ferragosto.
E no, “nun l’asciuga er sole…”, la città è spudoratamente palliativa, abbandonata per terra.
E la chiamano estate

