Wednesday, September 10, 2008

Dalmazia Diamantina





Lo sguardo ad Est era tanto che volevo appuntarlo e anche se in fondo questo è solo occidente d’oriente, Adriatico di manica larga,oltreconfine della porta accanto, la Croazia è pur sempre un viaggio d’oltresponda, terra filtrata dalle lingue, come dire storia vicina eppure in mezzo scorre il mare.

Il tempo delle vacanze è quello che è, subaffitto coatto d’agosto, prendere o lasciare e allora prendere e partire, che ogni lasciata è persa.

Mentre le Olimpiadi di Pechino si congedano dall’autoradio con due sospetti di oro per una disciplina di tiro e per la lotta grecoromanotiburtina, in quel di Pescara affido la tutela della mia auto in un parcheggio insolitamente adibito dalla Marina locale al libero parcheggio avventizio e una volta sdoganato il documento d’identità al checkpoint-ciàrli, stacco il biglietto sulla rotta per l’isola di Hvar, primo approdo di una vacanza dozzinale: dodici giorni e dodici notti d’infradito in odor di Mediterraneo.

Hvar, la Nipote della Serenissima.

Il bello del traghetto veloce è che nemmeno hai finito il giornale e già sei arrivato all’attracco, e già sul pullman per il capoluogo dell’isola. Con la nostra bella divisa da turisti valigiati attiriamo subito la circospezione degli affittuari locali: una snella abitante del luogo ci dimostra il suo alloggio interscambiabile con gli euro dei turisti e siccome c’è bagno, cucina e parquet sul pavimento, per l’equivalente dei nostrani 42 euri che poi sarebbero 21 a testa, stringiamo la mano e validiamo il patto. Gli alloggi per prezzi e comodità subaffittate saranno tutti di questo tenore, asciugamani e aspetto pulito compresi.

Hvar offre subito l’impatto visivo predominate e i segni storici caratterizzanti: una lunga piazza rettangolare interamente pavimentata a lastre lucide e larghe, una chiesa con campanile ben piazzato sul lato corto d’origine, il porticciolo dirimpetto e una fila di caffè sui lati lunghi.

Balza all’occhio la pulizia e la squadratura della pietra e la sensazione di trovarsi in un abruzzo di mare. Per tutto il viaggio farò continui paragoni con la Grecia che meglio conosco, ma sull’abitato la differenza è imprevedibile: non ci sono case bianche e cupole azzurre, ma pietra levigata, tagliata, segmentata e smattoncinata.

Hvar, come tutte le isole della Dalmazia, veste un lascito veneziano e il retaggio secolare d’importazione a livello civile ed architettonico è notevole: vicoli impietriti, chiese levigate, l’arsenale con il bel portone arcuato, al tempo stesso funzionale ed estetico, gli edifici infinestrati e balconati seguendo un’omogeneità regolare da capitolato, logge arcuate, finestre bifore e tutto quel lastricato su cui scivolare.

Altre sensazioni d’impatto primigenio: si parla italiano più che a Ponza, sia per vocazione indigena sia per contingente emigrazione turistica; l’appalto commerciale di Hvar al turismo coinvolge tutti gli affacci sui transiti viari, ma la mediazione tra spazio calpestabile ed esigenza intensiva del commercio turistifilo mantiene nei limiti una proporzione spaziale di salvaguardia.

Vista la bella piazza centrale, affrontiamo i vicoli laterali, sfoderando i primi scatti analogici digitali del vicolame dalmato.

Quali colombe dal desìo d’esplorazion chiamate, ci sospingiamo naturaliter verso la fortezza che domina dall’alto l’abitato di Hvar, immane resto del genio civile serenissimo al servizio della tutela del territorio dal turcomanno, ma anche carcere dalla certezza&perentorietà della pena, senza afflati beccariana.In effetti, colpiscono l’ottima manutenzione oltre alla prevedibile veduta aerea del panorama, con e senza ausilio di un occhione cannocchiale.

Hvar in quanto isola contiene un porticciolo a livello del mare, ove riposano gozzi pescaroli, barchette veline minimaliste ma anche navigli cabinati, yotti condominiali e veloni plurialberati, probabilmente appartenenti a faraoni redivivi&battenti bandiere esentasse o quantomeno ai russi.

Ad un angolo di costa sormonta l’albergone in a very Colossal style, ricamato da piscine arabesche a ridosso degli scogli sul mare, con tanto di angolo lounge e sonorità Madonnare irradiate a sfondo del tramonto, in languor di gioventù danzante&aperitiva.

Resto dei secoli veneziani più o meno decimosesti&settimi sono anche le presenze dei tanti conventi, domenicani e francescani in primis. Uno splendido chiostro fa da scenario ai concerti serotini di musica classica, come fossimo all’Accademia Chigi di Siena.

E siccome come in ogni percorso, alcuni protagonisti si rivelano a cena, scopriamo subito un compagno di viaggio: il calamaro, mon calamour! L’intuizione poi confermata dai fatti, sarà che durante la vacanza il consumo di carne verrà drasticamente sacrificato in onore del fresco pescato locale, tra cui perlappunto spicca il calamaro, sia sottoforma di frittura, onorevolmente leggera, sia in modalità alla griglia. Costui, il calamaro croato, risalta per essere più piccolo del nostrano e più sapido, senza necessità di intingoli, semplice&sincero, praticamente nudista. Accanto a questo migliore amico dell’uomo, le cozze, nella variante locale “alla buzara”,ovvero con aglio, prezzemolo e pezzetti di pomodorini. Nei bei tavoli al fresco di mare del Marinero, per un paio di sere approfondiamo l’introspezione della base alimentare dalmata.

Alcune intuizioni filosogastriche pervadono le papille cerebrali. Elaboro la teoria dello slancio fisico della popolazione croata in virtù dell’uso della griglia. Decido di aprire un ristorante mentale, dedito ai soli distillati di mare, ai sapori semplici, spigolosi, essenziali, salati o basilari, al burro&alici e alle colazioni dei pescatori siciliani con aringhe e Marsala. La mia guerra personale all’industria del cibo succhia linfa ad ogni tratto assimilato. Mi trascendo digerendo.

E dopo cena, basta che io la sera tengo sonno e aggiodurmì.

Le giornate si caratterizzano per la scoperta dell’arcipelago frontestante: le piccole isole Pakleni, ove si giunge a bordo di economici taxi boat, con possibilità di ricercarsi poi per conto proprio dei divanetti petrosi su cui piantare stuoini o ombrelloni. In Croazia primeggia lo scoglio, a tratti alleggerito da spiagge di sassolini&sassoloni, quasi sempre con un corollario costiero di ricci neri che suggeriscono l’acume di farsi il bagno con i sandali o analoghe salvaguardie del tallone. Intorno un’intensa pineta verdeggia profumina&clorofillica, arrivando fino a far ombra sul mare per poi sciogliersi in un verde smeraldino o in un azzurro diamantino.

La natura m’appare per quel che è, fruttuosamente mediterranea, olivo&vite, campi di lavanda rivenduta a sacchetti nei chioschetti di legno e fichi maturi sugli alberi.

Nelle giornate dedicate a distillare il marroncino sulle braccia e a fare splash nell’acqua tonica dallo spessore limpido&trasparente, riscopro il piacere della lettura. Ore intere dedicate ai libri, con lo stampato d’inchiostro a rischiararsi luminoso alle pupille e le costruzioni lessicali a poter vantarsi senza fretta del proprio ardire. “La parte dell’altro”, di E. Schmitt: seicento pagine di slaidìndoors sul cosa sarebbe stata la Storia se Hitler fosse stato ammesso all’Accademia delle Belle Arti piuttosto che… il resto è storia e brividi sulla schiena.

Così tra le isole Pakleni, rifulge Palmizana (o volgarmente Parmigiana, con tanto di annesso riflesso evocativo della gloria melanzana, citazione inevitabile come lo scalcio dopo il martelletto sulla rotula), Jarolim e Stiplanka. Unica notazione di folklore, si nota una certa tendenza invasiva dovuta alla Pummarola Connection From Portici, Castellammare, Piedigrotta e Torri del Greco/Annunziata, in massiccia colonizzazione sull’isola e pertinenze limitrofe, sicchè rimbomba saltuaria qualche notizia della Gazzetta della Sport sul calciomercato del Napoli, proprio dal centro della tranquillità della baia, con svariate MarònneMie e qualche strillo da ruspanza di cortile. Stabilisco la proporzione: ogni dieci presenze sull’isola, due son croati, un altro International e sette son italiani, di cui quattro napoletani, due romani e un resto della penisola.

Sull’isola di Stiplanka, le genti sbarcano in pareo e occhiali scuri, alla ricerca del locale fashion-oriented, univocamente stellettato dalle guide tanto routarde quanto lonelyplanet: il loungissimo e un po’ chillout Carpe Diem, una specie di etnobar costellato da cuscinerie&tendaggi, intagli legnosi e divaneggiamenti da Fiera del Levante enplenair-vista mare e lusinghe intuitive di più Mojito per tutti. M’inibisco e non prendo nemmeno un caffè.

Nei giorni a seguire inizia ad evidenziarsi anche l’approccio con i croati, fin qui fatto di silenzi ineloquenti in una sorta di non do ut non des sicchè campiamo centanni, io con la ragazza mia tu con la ragazza tua e salutam’a sòreta. Non proprio un’ osmosi culturale o civica, insomma.

Probabilmente per via di quel mangiar grigliato cui s’accennava o per asprezza genetica popolare, i croati e le croate sono esteticamente uniformi: piatti e bidimensionali, piallati nell’addominale e spalmati su altezze medie mannequine, sguardi freddi come la muerte o la granita liscia. Ovunque s’intravede un nazionalismo a scacchi biancorossi e refolano bandiere, di cui i suddetti croati&croate sembrano le aste.

Korcula, mare, arte&rustici.

Dopo quattro belle giornate in quel salotto buono che è Hvar, dirottiamo su Korcula, presapendo grazie a ripide letture esplorative che trattasi dell’isola dove nacque (o quantomeno ebbe la seconda casa) Marko Polo - la k è velleità croata.

L’alloggio è anche stavolta meritevole, sempre parquet e bagno in camera, sempre venti euro cadacranio a notte, a venti metri dalla cattedrale e altrettanti dal mare, nel bel mezzo di un vicolo corto cittadino. In più, essendoci la televisione, ricompaiono le Olimpiadi, quantomeno nei momenti di interscambio o nel pre-nanna. La Tv croata insiste su due avvenimenti: il taekwondo, laddove una Martina locale s’è guadagnata un’onorevole bronzo, ma soprattutto il salto in alto, dove la saltatrice Blanka Vlasic, punta di diamante della spedizione croata, è favorita per l’oro. In un pomeriggio di ritorno dal mare, prima della doccia, Blanka conquista l’accesso alla finale, inarcandosi sciolta oltre i due metri, gli occhi belli e congelati nel ricordo di una precedente vita da sogliola, le zampe scattanti e stecche, i movimenti cronomillimetrati, regolari come ipotenuse pitagoriche.

Korcula è isola culturalmente pretenziosa: cinta da bastion fatti di gransassi bianchi, turrita e suddivisa in regolari quadratini di pietra bianca, presenta una pianta a lisca di pesce, laddove dalla piazza Principale si dipartono file di vicoli confluenti su un ovale lungomare, a racchiudere i fianchi cittadini, che immediatamente percorriamo.

Loggiati moreschi, scalinate a semicerchi, una porta cittadina di tutto rispetto, sotto l’insegna del Leone di Venezia, ma soprattutto una bella cattedrale dotata di un rosone importante – Abbazia di Fossanova on my mind – e di un portale lavorato con ammicchi estetici di qualche impressione effettiva.

A Korcula la presenza italiana è un po’ meno accentuata, la proporzione italia/restodelmondo passa da sette su dieci a cinque, in compenso i Korculani, come poi avremo modo di sentire da più voci, anche locali, fanno della scortesia verso quel cazzo di turista che viene a rompere i coglioni, un tratto distintivo fondante. Nei ristoranti, nelle agenzie di viaggio, con camerieri o guidatori di taxi boat e minibus, la solfa è sempre un irritato leggero a tratti andante.

Provo a darmi una spiegazione: contrariamente ai luoghi comuni, le punte di scortesia provengono soprattutto dai più giovani, coloro che all’inizio degli anni 90, durante la guerra serbocroata, erano bambini e forse ciò ha un’influenza sulla visione del resto del mondo.

Sul far della sera, nelle logge merlettate puoi ascoltare l’esibizione canora di un gospel folkolirico gentilmente offerto ai passanti dalla proloco locale.

Faccio amicizia con un filetto di pesce in semplice salsa di vino bianco, con lo sgombro fiero portatore di cipolla, coi lattarini fritti e con delle amorevoli triglie rosargentate che solo se ci penso già sento in fondo all’anima…

L’ambizione artistica si concretizza nelle tante gallerie d’arte, paesaggistiche o naif, che si susseguono a dimostrar le velleità pittoriche autoctone. Altre boutique in sequenza offrono lavorazioni di corallo e tradizionale filigrana d’argento, ciondoli anticati e stelle marine.

Anche qui i Taxi Boat portano per qualche euro di scortesia nelle isole di fronte. Tra queste, Badija, dove approdiamo una normale mattina di sole e surprise surprire, liberi per l’isola ci fanno ciaociao tre cervi molto friendly mentre ci ritroviamo un incanto di riflessi marini a specchio con contorno di natura genuina come aghi di pino e silenzi e funghi, buoni da mangiare, buoni da seccare… ma siamo a Ferragosto e non a Natale. Entriamo in acqua come si scendono le scale di Trinità dei Monti nelle notti di sfilata e rabbrivido di piacere mentre sciolgo le membra sbracciando a stile libero nel mar della trasparenza.

Tutto troppo bello. E difatti Badija in breve rivela l’altra faccia della natura: schiere di tafani bellici dichiarano guerra al turismo e non si limitano a svolazzare di tanto in tanto intorno all’umido dei nostri costumi, ma ci si mangiano proprio, smozzicando a pieni dentoni. Tento la fuga in taxiboat dalla Mosquito’s Island, ma il taxi boat è andato via, e dopo un’ora, appena placandosi questa furia biblica, stabilisco un compromesso sbilanciato di resistenza.

Le sere a Korcula si caratterizzano anche per i bellissimi tramonti, che visti a distanza dallo skyline portuale sembrano infondere un’aureola ossidrica spiccante come cometa sul presepe.

Il salto in alto: Dubrovnik

Lasciata Korcula a bordo del Minibus più scortese che ci sia, puntiamo verso l’alto: Dubrovnik, fulcro che ha fatto leva per definire la rotta del viaggio, interesse primario dopo tanto sentirne parlare.

L’impatto avviene in un mezzogiorno di fuoco.

La pianta della città è chiara dopo dieci passi: Dubrovnik è fatta a V: una lunga&larga strada esibizionista, il cosiddetto Stradùn, domina la città al vertice basso, mentre d’intorno arrivano e dipartono scalinate invicolate, a gradini lunghi ma inesorabili. Dubrovnik è fatta a scale, c’è chi le scende ma soprattutto chi le sale. Intorno le mura, storiche fortificazioni plurisecolari, intatte&compatte.

La gente. Tanta gente. Troppa gente. Anch’io sono gente, sporadicamente mi sento quasi di troppo.

Prendiamo alloggio in un bellissimo appartamentino sulla trequarti alta di una scalinata e via andare.

Purtroppo il flusso intoppa e metà dei vicoli son fin troppo svenduti all’anima del commercio.

Paninonoteche, pizzerie, caffetterie, spaghetterie che si chiamano Toni e Little Italy, offerte di pesce che prendi tre scampi e ne paghi due, un gozzoviglio alimentare in agguato un po’ ovunque.

Più in là intercetteremo alcune guide mentre lamentano ai propri boyscout che il boom turistico non ha seguito adeguata pianificazione, che le crociere arrivano a botte di tre per volta nel porto riversando condomi&condomini di turismo mordi&fuggi, che mentre prima ogni costruzione avveniva seguendo una regola per l’omogeneità degli assemblati architettonici, oggi ognuno costruisce nottetempo, soppalca e cura fondamentalmente i cazzi propri, economicamente intesi.

Ciòddetto, tutto il resto è bella calligrafia.

Lo Stradùn s’apre sul fondo con il bel loggiato, le chiese vanitose per via di rosoni&mosaici, vetrate e marmi bianchi e poi la fortezza veneziana, i due chilometri passeggiati sulle mura, i belvedere a picco sul mare, la farmacia più antica d’Europa con il suo chiostro solare, le fontane, il ghetto ebraico e gli scoscesi in pietra... e come tutti sanno o facciamo finta che sappiano, coi segni delle bombe, di cui una in bella vista sotto al buco procurato nella storica farmacia suddetta. Una informativa appesalmuro municipale evidenzia ai passanti la mappa dei tetti bombardati nel 1992 dai serbo montenegrini: almeno il sessanta per cento, riconoscibili dai mattoncini rossi nuovi nuovi, come appare dall’alto delle mura.

Oggi tutto ricostruito, per via della corsa solidale al restauro di questa Viceregina dell’Adriatico, Venezia permettendo.

Al tramonto, la città è attraversata da banditori in costume d’epoca, che s’apprestano ad alabardare le porte della città.

Nottetempo incontro in tv un reportage sull’allenamento tignoso di Blanka Vlasic: è già febbre dell’oro.

Il mare di Dubrovnik, forse in quanto esterno alle mura, risulta meno protetto dalle invasioni: la spiaggia in particolare è un tappeto di sigarette malgrado il profondo blu.

Ripassiamo tutto il periplo della città con la calma di chi ha fatto già il primo giro e, sarà che la gente è diminuita sarà che l’occhio è felice della sua parte, mi sento come un turista tedesco a Firenze: non me l’aspettavo e ripeto non me l’aspettavo (cit.). Seduto sotto la loggia, guardo lo Stradùn e sono contento.

Incornicio le sensazioni con una splendida orata alla griglia e un primordiale polipo sincero come il gusto di stare in vacanza.

Sarebbe quasi ora di dormire, ma Blanka sta attendendo il suo salto finale. Fiera e tecnica, salta con disinvoltura asettica tutte le misure senza un errore. Stacca le ultime concorrenti come si scaccian i tafani ed entra all’ultimo salto in concorrenza con una tenace belga che porta gli occhiali e sembra Henry Potter. Blanka si concentra, annuisce all’allenatore quasi a rabbonirlo per i suoi superflui consigli e s’inarca sogliola coi suoi occhioni freddi e l’addominale piatto. Eppure… l’asticella insolente accusa uno spiffero e imprevedibilmente viene giù. Henry Potter che non se l’aspettava, e ripete non se l’aspettava, consulta il suo libro di trucchi e … fa il proprio record. Scende giù sottile e spilungona, senza asta ferire. Blanka strabuzza, si concentra, ripassa una sequenza mentale e riprova una volta, riprova due… ma sarà più fortunata. E’ argento, freddamente argento e con lei tutta la Croazia paga un vizio d’arroganza, almeno ai miei occhi.

Di primo mattino dopo due giorni ripartiamo, con una meravigliosa sorpresa per il senso della vista: alle sette del mattino lo Stradùn è vuoto, non c’è nessuno, si vede l’inizio e la fine ed è tutto uno scintillio dell’alba.

Starigrad, un borgo apart.

Torniamo sull’isola di Hvar per gli ultimi due giorni nel luogo della ripartenza, ma stavolta restiamo decentrati e ci fermiamo a Starigrad, borgo pescatore se non proprio sturistico, quantomeno alleggerito dalla massa. Alloggiamo per un prezzo modesto presso una signora che sembra tanto la Zia che viene dalla Bosnia.

Starigrad è una sorpresa. Come le più titolate località sin qui viste, conserva filari di case in pietra, pavimentazioni lastricate e piazzette da bianco&nero di Cartier Bresson, con apertura su una baia insenata profondamente nel mare, dove alle otto di sera ruba la scena un tramonto a cannelloni d’arancione su azzurro strappato e il sole sparisce rosso come dire me ne vado addormì.

E senza sbandierarsi sui prontuari per l’erudizione turistica ma solo per gli occhi di chi ci entra, un paio di chiese si fanno apprezzare. Accanto a loro, il piccolo Castello dell’Umanista locale Petar Nonmiricordovic, col giardino botanico e la vasca degli scorfani. Petar, ammiratore dell cultura italiana, mise a disposizione della popolazione locale la propria tenuta, ma fece anche qualcosa di più: commissiono a Tintoretto una Deposizione che si può ammirare nel Museo del Monastero Francescano – e te pareva – come se fosse un’imprevedibile evaso dal Louvre, come se fossimo nelle nicchied’arte di Umbria o in Toscana ma così non è e siamo in un borgo marinaro di tremila anime dalmate. L’amenità del luogo lascia che sia ancor più evidente il taglio bianco del corpo di Cristo sulla tela.

Come in una botte piccola, anche Starigrad conserva il suo vino buono, un vino aromatico che ricorda la Retsina greca e che accompagneremo ad ulteriori scoperte culinarie.

Nel mio ristorante mentale, non potrò fare a meno del carpaccio di tonno e capperi assaggiato a Starigrad. Mi concedo qualche sofisticheria e apprezzo le alici fritte in salsa tartara ma ancor di più la macedonia di frutta con profumo di lavanda e prendo nota di un dolce semplice quanto mediterraneo: i fichi arrosto con il miele. E son contento, ancora una volta.

A Starigrad facciamo gli ultimi bagni di sole e di mare.

La costa è anche qui accompagnata in spiaggia dalla pineta e finisce con una piattaforma di cemento per agevolare l’entrata in acqua, come spesso accade in Croazia. Che detto così, la piattaforma di cemento sembrerebbe pure brutta, ma la realtà è ben diversa, in quanto l’invasività è minima e la fruibilità confortante. Intorno molti a lèggere, qualche casetta nel primo entroterra e qualche spogliatoio pubblico gentilmente offerto dalla proloco locale e io che da italiano non son più abituato a veder comodità di libero accesso, ne resto quasi commosso.

C’è qualcosa nell’Adriatico balneare di Starigrad che ricorda la convivenza di libertà, semplicità e natura che poteva esserci nel 1979 a San Benedetto del Tronto o a Vieste sul Gargano.

Leggo qualche pagina de “Le Cronache di Travnik” di Ivo Andric, velleità letteraria che mai avrei potuto accostare nella routine oscurantista dei giorni feriali cottimizzati e …

…e basta, si torna a riprendere la macchina a Pescara, dall’altra parte dell’Adriatico.

Ma va bene così. Ho respirato aria buona.

Profumavi di gelsomino e ballavi sul mare per me eravamo senza un quattrino, c'amavamo davvero io e te, era accesa una televisione, i sogni più più grandi di me. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me. Un lavoro dopo la scuola, non potevi volere di più ma si cambia, il tempo vola, tu volevi volare di più e il tuo nome in Diamantina per gioco l'amore cambiò. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me. E l'azzurro Mediterraneo cui in giorno dicesti di si dal tuo mondo contemporaneo, vedrai, ti riporterà qui al tuo mare di gelsomino, al giardino che c'innamorò. Diamantina sotto il cielo nero nero come te ti ho amata, ti ho baciata, come tu hai amato a me, i tuoi occhi come fuochi accendevano in me quell'amore che donasti a me.

(Diamantina, inconcepibilmente Alberto Camerini)

4 Comments:

Blogger Maggie C. said...

grazie.

11/9/08 5:00 AM  
Anonymous Anonymous said...

troppo bello, troppo breve...

12/9/08 3:21 AM  
Blogger Maggie C. said...

della croazia mi vengono in mente:
il fatto che mentre aspettavo un traghetto per Makarska dei ragazzi gicavano a pallanuoto nel mare del porticciolo, e siccome me la cavavo (al tempo giocavo) mi tuffai e via partitina, invece del solito calcio.
poi il mare era non come il nostro adriatico verde crema solare, ma trasparente e pescavo oratine di scoglio con pezzetti di salame e lenza legata al dito mentre nuotavo.
poi una cena in un campeggio dove con solo un pescetto cucinai per quindici persone seguendo una ricetta abbruzzese che non butta via niente insegnatami all'uopo da una signora abbruzzese moglie di pescatore.
il vino che andavo a prendere dai frati, isola di Bole.
poi si va sul personale e salto!
infine che si spese poco e che ci sarebbe potuti arrivare in motorino e che c'erano ancora fori di proiettile sui muri delle casa disabitate qua e là! diciotto anni e che era il 98, boh!

15/9/08 4:59 AM  
Blogger mò... said...

A paolè!
Io ci ho internnètte solo in ufficio e mica me li posso legge post così lunghi...ma se ti dico che mi piacciono talmente che "ti stampo" e ti leggo nel traffico e ai semafori rossi?:o)

piccola grande folle io!:o*

16/9/08 10:31 AM  

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