Thursday, July 12, 2007

Le mie polmoniadi



Spudoratamente appoggio tutto qui sulla larga rete mondiale telematica, mi scrivo tutto, un diario di bordo laddove il bordo è una specie di letto26 di stefanorossiana memoria.

In ospedale ci sono arrivato il18 giugno, per induzione benemerita d’altrui amorevole coscienza, al terzo giorno di febbre alta, quando era ormai conclamato che pane&tachipirina non avrebbero smorzato il flambè che s’annidava inside, mentre a colpi di tossi mi provavo a buttare giù il muro di berlino o perlomeno la mia cassa toracica, e mentre il respiro diventava sempre più una questione affannosa e sospirosa.
All’ospedale, accolto dallo scetticismo del Pronto Soccorso mi sottopongo alla visita di rito e ai primi prelievi, finisco il giro con una lastra e aspetto il risultato. Non c’è storia, vista lastra&annesso referto, la dottoressa di turno sparecchia con un gesto solo la tovaglia dello scetticismo e mi chiama per dirmi che s’evidenzia netto un addensamento basale destro, sintomo di una polmonite e che mi trattengono per un po’ di giorni, una settimana circa.
Circa, perché saranno quasi due.
A me la sola idea di un addensamento sui polmoncini che da ventanni tratto come due portaceneri, risveglia anamnesi ancestrali e ricordi dell’esame di medicina sociale, sicchè la novità di un ricovero, che al massimo m’aspettavo un antibiotico, m’ annerisce per un momento le pareti mentali con un vago senso di vertigine e pavimento decedente sottaipiedi.

Ma non sono solo, e con un sorriso accanto e un suggerimento di tranquillità, prendo possesso di un lettino in Breve Degenza, in attesa del posto al reparto di Pneumologia.
Pneumologia… parte dell’io, dell’ego e del me si chiedono all togheter now ma ndo cazzo sei finito… e tossendo tossendo m’assesto sul lettino, giusto in tempo per la cena, che sono le diciotto ed è ora della minestrina.

L’ospedale è gestito dalle suore, ma non se ne vedono tante in giro.
Una riesce a rifilarmi Famiglia Cristiana, che poi alla fine scoprirò che è meglio quantomeno di Panorama, un’altra mi racconta la storia della fondazione delle paoline e dell’ospedale.
Ma è il primo giorno e sto in astanteria, giù in reparto non si vedranno più suore, se non un paio in assistenza ai dottori, e pertanto con qualifica professionale che già pensi più a chiederle “ahò m’allora come sto?” che alla possibile didascalia catecumenale.

Trasferitomi in reparto, prendo possesso del mio nuovo letto26 e di un’anta d’armadietto.
Dei quattro posti letto, due sono coperti da vecchietti di 84 anni. Il primo, che chiamerò Raniero, mi pare più esanime che anime, abbandonato in una sindone spiralidosa di pigiama e coperte; l’altro, che chiamerò Imperioni bofonchia in dialetto locale a fondo stanza e scatarra rumorosamente.
L’ultimo posto letto viene coperto poco dopo il mio arrivo da Aldo, quasi sessantenne di Nettuno, braccia ricoperte di tatuaggi artigianali per antichi giuramenti d’amore, piglio giovanile e atteggiamento gagliardo.
E’ accompagnato da una compagna molto più giovane e da una suora, suor Annamaria, di cui mi colpiscono gli occhi limpidi e lo sguardo forte. Si affaccerà ogni giorno per informarsi su come sto. Aldo mi spiega subito che avrebbe dovuto ricoverarsi tre giorni prima, ma c’era la comunione del nipote e non se ne parlava proprio.

Faccio la conoscenza dei Dottori e inizio a conoscere i primi volti del personale infermieristico.
Imparo sulle mie braccia cos’è un’agocannula, come funziona una flebo, cos’è un emogas, e da quest’ultima analisi in particolare, vien fuori che nel mio sangue l’ossigeno è decisamente scarso e pertanto è meglio che m’attacco al naso quei due tubicini dell’ossigeno che ho sopra la capoccia del letto, dormendoci pure. Fosse facile. Litigo subito coi tubicini per via delle mie narici ottondute e insofferenti, passo alla mascherina, che è molto peggio ma in quel momento mi sembrava molto meglio.

La notte che viene non me la scordo più. La febbre alta mi fa sudare, respiro male e patisco la mascherina, non prendo sonno. Alle undici casca un enorme ramo d’albero in giardino, proprio sotto la finestra della stanza. Arrivano i vigili del fuoco che iniziano a chiamarsi coi walkie-talkie, mentre il motore dell’autocarro acceso rimbomba in tutta la notte ospedaliera. Rimarranno fino alle quattro, mentre annaspo insonne e alle cinque e un quarto passerà la sveglia.
Nel frattempo il vecchio Imperioni non smette di lamentarsi, la notte non dorme e sbuffa, invoca mamme e santi e lo sento dire che vorrebbe farla finita buttandosi dal balcone.
Non avrò dormito più di mezzora, la febbre sta ancora là, e già sto attaccato di nuovo alle flebo. L’infermiera mi deve rimettere l’ago e per farlo, non trovando la vena, mi riduce il braccio marroncino, a mò di banana matura. Le tachipirine continuano a rimbalzarmi, come fossero zigulì all’arancia. Imperioni non si lamenta più, di giorno è tranquillo e condiscendente e si trascina il suo catetere sempre pieno per la stanza.

Nei primi giorni assorbo la scansione temporale della giornata ospedaliera. La passeggiata al bar all’alba per accompagnare Aldo a prendere il Corriere dello Sport , la lettura del suddetto giornale, l’attesa della visita dei Dottori tra le nove e le undici, l’angoscia di non sapere dopo la visita quale sia il responso degli aruspici, la colazione con le fette biscottate, le passeggiate in corridoio fino a spirometria e ritorno, i distributori d’acqua al primo piano, le TV rotte, la rotazione degli infermieri e i tratti significativi di ciascuno di loro – chi è esperto, chi disponibile, chi in gamba, chi antipatico, chi fa bene le siringhe, chi ha voglia, chi non ha voglia… ci si campa con queste cose là dentro, de che altro vuoi parlà?

E le visite. Accanto a me ho sempre la fortuna di avere una persona speciale, che si divide in visite tra due reparti dell’ospedale. Aperitivi familiari ai distributori. Chiacchiere sul jet set ospedaliero: com’era il pranzo oggi?

I miei si sobbarcano la visita tutti i giorni per quasi due settimane, mia sorella idem, dopo otto ore di lavoro. Fanno finta di esser tranquilli, papà taciturno cammina in corridoio, ma lui non arriva fino a spirometria, mamma vorrebbe portarmi di tutto, magliette, pigiami, libri, stereo, piscine gonfiabili, arancia cola caffè tricche tracche e caffè borghetti. Io, strenuo, rifiuto ogni cosa, quasi monasticamente proteso su una partecipazione ascetica alla routine ospedaliera. Solo il parmigiano per la minestrina e il melone a fine pasto che Aldo procura, attecchiscono convintamente.

C’è troppo tempo in ospedale.
I pensieri spesso si infilano nei loop della foresta nera, l’auscultazione di sé diventa ossessiva.
Mi cambiano terapie, raddoppiano gli antibiotici, ingollo flebo a buste, passa la febbre.

Passano i giorni, mi arrivano segnali, saluti,ed esortazioni da fuori, sms e telefonate.
Questo mi fa piacere e mi induce a sorridere anche into the groove dei suddetti loop.
Memorizzo tutto e ringrazio.

Si pranza a mezzogiorno, e ci si può accontentare del vitto diurno, si cena alle sei ed è sempre minestrina.

Di nuovo corriere dello sport, passeggiate in corridoio-fino-a-spirometria, e ai distributori del piano di sopra, cosa c’è per pranzo? e In continuo. E poi di nuovo, sveglia alle cinque.

Attendo la TAC, la faccio sabato ma per saper qualcosa aspetto fino a lunedì sera, che la domenica i medici non lavorano.
Attendere un esito costituisce un tempo interminabile, qualunque intrattenimento tenti di buttarci in mezzo.
La TAC conferma l’esistenza di una polmonite, aggiungendo il prefisso “bronco”.
Non vedo chiarezza nell’esito, ho troppi pensieri, non capisco, non comprendo e continuo a pensarci.

Nei frattempi, Aldo mi racconta storie della sua vita. Mi prende in simpatia, son dello stesso anno di suo figlio. Appartiene a quel tipo di persone che potrebbero essere figli dei propri figli.
E’ una fonte di racconti continua, di donne, di vita, di rapporti familiari, di mare … mi spiega le caratteristiche salienti degli arenili tirrenici e l’influenza di ciò sulle triglie locali.

Mi abituo all’ossigeno coi tubicini del naso, adesso lo cerco e ne traggo benessere.
Leggo fumetti, faccio flebo, ripeto i tragitti, imparo il numero dei passi sui percorsi.

E così passano i giorni, passa la febbre, ogni mattina dichiaro ai dottori che sto meglio, loro confermano e finisce là, senza previsioni, senza osservazioni pregnanti.
Respiro meglio, tossisco meno, la qual cosa viene rilevata anche dai passanti per la stanza e ciò mi solleva.

Siccome quest’anno non avevo intenzione di festeggiare gli anni, la sorte mi prende in parola e passo tra lettino, bar del corriere, distributori e corridoio-fino-a-spirometria sia il compleanno che l’onomastico. Auguri Paolo. Grazie. Quasi quasi metto una candelina a galla sulla minestrina.
I 35 anni tutto pensavo tranne, tranne che.

I vecchietti migliorano. Imperioni invece che buttarsi dalla finestra viene addirittura dimesso, è il primo tra noi. Raniero migliora, ora ogni tanto parla, e Laura riesce a fargli raccontare un po’ di sé. I vecchi che hanno fatto la guerra di quello parlano, entro un minuto da quando parte la ruota della memoria. Ha fatto anche il minatore un Germania, ha subito due operazioni importanti. Ora vuole solo tornare a casa, dice che ce la mette tutta ma le forze sono quello che sono. Si vede che parlare un po’ gli ha fatto piacere. Due giorni dopo di me era prevista anche la sua uscita. Spero stia a casa.

Si vede tanta umanità in ospedale. Non è un’esperienza che si dimentica
E’ un mondo a parte, un mondo nel mondo, un mondo dietro le finestre. Chi sta dentro s’affaccia e guarda chi sta fuori dai balconi, dalle finestre. Ne guarda la scioltezza nei movimenti e i vestiti quotidiani, mentre dentro è tutto ciabatte e pigiami. Dentro, la salute richiama il proprio primato sul resto delle attività antropiche. Finchè c’è lei c’è tutto, altrimenti non c’è una ceppa.
Non c’è malasanità, l’ospedale di periferia funziona meglio dell’ospedale di città e i medici sembrano bravi.

Seguo migliorando, forse se continuo così… e poi basta, che la regola è l’accenno, nella migliore delle ipotesi. I medici non fanno previsioni del tempo, ma terapie di cui aspettano i decorsi e misurano i parametri. Waiting for parametro, passano i giorni, le ore e se li conti anche i minuti.
Tra una visita e l’altra, è solo attesa&pensamientos.

Ripeto la lastra, se va bene, esco.
Il cervello recalcitrante scalcia, non lo addomestichi e così va anche a chiedersi: e se non va bene?

Si tratta di un’attesa di due giorni.
Due giorni che non finiscono più.
Due giorni di “speriamo”, di calma apparente, di fughe di cervelli e improvvise partenze per saturno.
Partecipo ai festeggiamenti delle paoline per San Paolo, consistenti in un antipasto di prosciutto e tre ovoline e nel gelato a fine pasto. Per loro San Paolo però si celebra il trenta non il ventinove. Anch’io spero di festeggiare il trenta.

Sabato 30 giugno, il dottore alle nove mi rivisita, conferma che va meglio si ok ... ma la lastra non è arrivata. Le faremo sapere.
Aldo mi rivela che la suora amica sua già gli ha detto che oggi usciremo entrambi, che s’è informata…
Il dottore si affaccia appena dalla porta, mi guarda e mi fa gesto con le mani, battendo la destra sul polso della sinistra, che me ne vado…io vado via… Mi si ferma il mondo intorno. L’addensamento si è dunque sdensato. Avrei tutte le ragioni per piangere. Ma prevale un lucido senso di stanchezza. Chiamo, avverto: là, mà, pà, robbè… esco, si cazzo esco!!!

Tempo di percorrere una manciata di volte ancora il corridoio-fino-a-spirometria, saluto Aldo
… e via,
Là, portami a casa nostra.
E basta con tutte queste minestrine.


Mio padre seppellito un anno fa,
nessuno piu' a coltivar la vite,
e verde rame sulle sue poche, poche unghie,
e troppi figli da cullare.
E il treno io l'ho preso e ho fatto bene
spago sulla mia valigia non ce n'era
solo un po' d'amore la teneva insieme,
solo un po' di rancore la teneva insieme.
Il collega spagnolo non sente non vede
ma parla del suo gallo da battaglia
e la latteria diventa terra
prima parlava strano e io non lo capivo
pero' il pane con lui lo dividevo
e il padrone non sembrava poi cattivo.
Hanno pagato Pablo, Pablo e' vivo.
Hanno pagato Pablo, Pablo e' vivo.
Hanno pagato Pablo, Pablo e' vivo.
Hanno pagato Pablo, Pablo e' vivo.
Con le mani io posso fare castelli,
costruire autostrade e parlare con Pablo,
lui conosce le donne e tradisce la moglie,
con le donne ed il vino e la
Svizzera verde.
E se un giorno e' caduto
e' caduto per caso
pensando al suo gallo o alla
moglie ingrassata
come la foto,
prima parlava strano e io non lo capivo
pero' il fumo con lui lo dividevo
e il padrone non sembrava poi cattivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.vivo vivo vivo
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
vivo vivo vivo
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
Hanno ammazzato Pablo,
Pablo e' vivo.
vivo vivo vivo
vivo vivo vivo


3 Comments:

Anonymous Anonymous said...

e meno male che t'ho visto dopo...
...che poi cazzarola sto scritto sembra na cosa on the road... colla strada dentro...
e rialzamose il cappello paolè!

12/7/07 5:46 AM  
Anonymous Anonymous said...

"C’è troppo tempo in ospedale.
I pensieri spesso si infilano nei loop della foresta nera, l’auscultazione di sé diventa ossessiva..."

ti voglio bene, Pà.


p.s. ma il trittico "pera-acqua sangemini-fette biscottate"?.....
che fa tanto malato? la prima cosa che te portano sul comodino pure se entri pe un clistere ;-D

12/7/07 9:50 AM  
Anonymous Anonymous said...

Manco le albicocche ruspanti volevi!
Certo che rileggere tutto insieme...quasi in apnea direi...

13/7/07 8:23 AM  

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